Dieci anni fa

Ieri alcuni ricordi associativi mi hanno fatto pensare a com’era diversa la mia persona dieci anni fa. Il tempo passa e a volte mi chiedo come possano dieci anni polverizzarsi così in fretta.

Sono anni, certo, ma spesso sembrano attimi. Banale ma vero.

Qual’è la vera misura del tempo?

Fatto sta che ieri mi è tornato in mente proprio l’anno 2004. Esattamente dieci anni fa.

Dieci anni fa iniziai a frequentare l’Università a Venezia. Mi sentivo perso ma allo stesso tempo contento di perdermi…di perdermi a quelle lezioni, in quelle stanze piene e semivuote all’interno di quegli edifici così antichi e gloriosi che trasudano storicità e parlano di epoche lontane. L’atmosfera è importante in tutto ciò che si fa e Venezia con quel sapore un po’ orientale mi ha cullato e abbandonato allo stesso tempo, nel 2004.

Ero un naufrago con pochi soldi in tasca e molte idee contorte in testa. Non so realmente cosa volessi da me in quel periodo della vita. Non so cosa stessi cercando. Cercavo un Oriente lontano da casa senza allontanarmi troppo, forse. Non lo so. Cercavo sicuramente me stesso. Mi cercavo in qualche parola su un quaderno che tenevo nello zaino e dove la sera, in giro per le calli, descrivevo luci e ombre della giornata appena trascorsa, sotto le luci dei lampioni tra accattoni, ladri e artisti di strada, spesso falsi, e una pazienza che respiravo là e che non ero ancora riuscito a trovare dentro di me. Nel 2004.

Forse volevo solo allontanarmi da una routine ma con le chiavi di casa sempre in mano, per essere pronto a tornare appena svaniva l’incantesimo.

Spesso nella vita si fanno cose senza un motivo vero e proprio. Eppure anche quelle scelte ti segnano, ti insegnano, ti lasciano qualcosa che alcuni anni dopo puoi riassaggiare in uno sguardo, in una canzone, in un dipinto, nelle parole di un te stesso un po’ cambiato, tra un bicchiere e l’altro, tra un ricordo e l’altro. Sono momenti importanti. Tutti. Anche quelli meno importanti.

Dieci anni fa, prima di perdermi a Venezia mi innamorai del bacio di una sconosciuta che non dimenticai facilmente e che affogai nella laguna insieme a me.

Dieci anni fa scappavo e sbattevo contro scelte meditate in fretta e senza quella consapevolezza di me stesso, di cui dispongo invece oggi. Dieci anni dopo. 2014.

Dieci anni dopo sono cresciuto, c’è chi dice che sono impazzito. Lo dice chi non ha il coraggio di cambiare, di affrontare l’inconsapevolezza faccia a faccia. Chi resta sempre così com’è e non sa crescere per paura di sbagliare, di sembrare sbagliato, di conoscere il lato oscuro della propria luna.

Dieci anni fa brancolavo nel buio anche di giorno, uscivo da un vicolo cieco per entrare in un altro. Ma è stato bello, bellissimo. L’ho fatto io. L’ho scelto io. Forse non proprio.

Col senno di poi, nulla cambierei perché è anche grazie all’inconsapevolezza se ho raggiunto oggi una sufficiente consapevolezza.

Lo yin e lo yang. Il buio e la luce. Questo siamo. Un vortice di contrasti in continua evoluzione tra violenza e amore, che teme le sfumature di una vita che spesso non vediamo e in cui restiamo intrappolati, qualcuno per sempre. Sarebbe un peccato. Un vero peccato. Bisogna azionare i sensori magici. Iniziare a guardare noi stessi dall’alto, un po’ distanti ma non troppo, quel poco che basta per conoscere e possibilmente anticipare le nostre azioni, capire i movimenti nostri e del mondo intorno a noi, per poter dire dopo dieci anni: meglio oggi.

Conviene

Conviene stare calmi e goderci la vita, gente…
Goderci il respiro, intendo, quello nostro e di chi ci sta baciando…
Goderci la luce del sole e quella che esce dalle finestre delle case la sera…
Goderci l’intimità del buio…Ascoltare e goderci i suoni della vita nascosta che non vediamo ma che esiste…che esiste per chi la sa ascoltare.

E poi arriva quello sul tram, in bus, in treno, a scuola, al lavoro, per strada, in sala d’attesa, in palestra, alla tv, che ci dice che ci vuole fortuna, che tutto va male, che la vita fa schifo, che ha paura. Basta! Cacciate questa gente.

e godetevi sta vita.

E-vita

Se non va come vorresti,

allora lasciaLa che vada.

La conosci…

è la tua vecchia vita cara

che si prende i propri spazi,

inclusi i tuoi

e non sa chiedere permesso.

La libertà,

come vedi,

è un lusso che si paga

o addirittura non esiste,

pensa…

Il caso spesso

ti vuol complice

e in tribunale

a volte è il giudice.

Ti fa un’offerta

che non rifiuti,

senza fartelo sapere.

Marcia fissa

lì al tuo fianco,

ti controlla,

ti pedina

ti bacia in bocca

e ti tradisce.

E’ la più dolce,

la più testarda,

la più gelosa,

la più bastarda

tra le amanti.

Non c’è programma che ti salvi

e se crolli,

rialzati!

Accetta i fallimenti

e non dimenticare

di farti i complimenti.

Volti

Ma è normale affezionarsi a delle facce?

Sì, a delle facce. Non intendo delle persone complete, con il loro carattere, con le loro manie, i loro pregi e difetti. Intendo, a dei semplici volti, ci si può affezionare?

Io mi affeziono alle facce. Chissà poi perché. Per esempio mi è capitato ultimamente cliccando qua e là a tempo perso tra le foto di alcuni personaggi che frequentavano l’università che frequentavo io a Venezia dieci anni fa, ed è un’emozione pazzesca.

Ho frequentato per alcuni mesi la facoltà di lingue e culture dell’Asia Orientale e per quel periodo di tempo ho incontrato ogni giorno le stesse facce che facevano la stessa strada che facevo io, che si preparavano per lo stesso esame che non ho mai dato io, gente che non ho mai conosciuto e con cui praticamente non ho mai parlato. Con qualcuno forse qualche parola, forse un’informazione di sfuggita e basta. Nient’altro. Per anni la mia mente li ha conservati e portati con sé chissà per quale motivo. Forse perché semplicemente appartengono a un percorso che hanno fatto insieme a me in qualche modo. Erano come me, nonostante tutto. Eravamo parte dello stesso arredamento. Ed ora insomma, quando li rivedo nelle foto su Facebook con le stesse espressioni che avevano quando li vedevo dal vivo, sto bene, mi rallegrano come se guardassi una foto di famiglia o di amici.

Mi fa piacere vederli vivere, senza conoscere nulla di loro, semplicemente lì, dove stanno. Mi piace vederli lì.

Ci sono legami che non si possono spiegare. Ci sono connessioni che riguardano sensori che forse consideriamo meno importanti ma che ci regalano qualcosa di positivo, che sia momentaneo o duraturo.

Non conta quindi solo quanto conosci una persona, a volte basta semplicemente vederla viva, parte di una dimensione particolare, e questo vale sia in senso positivo che negativo, in quanto spesso possiamo detestare a pelle una persona, il suo volto, senza conoscerla minimamente, soltanto perché appartiene ad un contesto che in questo caso ci lascia l’amaro in bocca.

(Briciole dalla brutta copia del mio prossimo libro)

A “Ciao! come stai?!”

B “Ciao, Bene grazie! E tu?”

A “Non mi lamento dai…Cosa fai adesso?”

A “Sto andando in cartoleria…”

B “No ma intendevo…nella vita…”

A “Mah…per ora vado in cartoleria e poi vedrò…”

B “…mh…”

A “Non sto facendo niente che ti interessi realmente, va bene?? Ho diversi hobby e passioni di cui potrei parlarti ma che non rientrerebbero in un tipo di conversazione flash come questa!”

Cos’è che nel 2014 spinge ancora le persone a farti quelle domande di merda? La semplice curiosità?

 

 

 

- …Che poi va di moda questa paura di perdere tempo, una patologia ormai diffusissima tra le persone che hanno sempre qualcosa di più importante da fare, con il cellulare che chiama in continuazione, i caffè velocissimi presi al bancone… Che cazzo devi fare di così importante?? Dove stai andando?? Il paragone con il criceto che corre sulla ruota è automatico! Non serve essere dei poeti per trovare una metafora più azzeccata di questa! Basta osservare! Ma chi si ferma più ad osservare oggi? Contemplare è diventato imbarazzante come pisciare nei bagni pubblici.

Articolo fuori programma

Eh sì. Non c’è dubbio. La differenza sta nell’ andare fuori programma.
Ma non tanto per l’ormai banale gusto di dimostrare che si è diversi, che si fa qualcosa di decodificato, fuori dagli schemi. Ma perché il programma, inteso come linea di condotta da seguire, non ha nulla a che fare con la vita. E’ falso.
Il programma è una tabella disegnata dall’uomo per sembrare più concreto allo specchio la mattina, e agli occhi altrui durante il giorno, ma è un’illusione.
Nel programma c’è un equilibrio, ci siamo noi senza i difetti, senza la brutta copia.
E’ uno schema che dà come risultato un ordine specifico alle idee che abbiamo nella testa. Ma non c’entra nulla con l’equilibrio interiore che tutti quanti dovremmo raggiungere per essere più sani e felici. Anche se qualcuno ce lo spaccia per la stessa identica cosa, l’equilibrio ricercato attraverso un programma è tutt’altra cosa.
Certo è vero che un ordine, una pulizia esteriore, può contribuire al raggiungimento di un equilibrio interiore, e viceversa forse, ma è qualcosa di momentaneo, di temporaneo. Quel tipo di soluzione può funzionare nella società, in un gruppo, ovvero all’interno di un insieme di regole etiche inventate da una collettività per difendere la collettività stessa e i suoi interessi. Ma quando si è soli? E’ necessario? Quando siamo noi con il nostro io, con le nostre paure, le nostre impressioni al buio, prima di addormentarci? A che ci serve?  Ad addormentarci meglio? No…direi di no…non ci addormentiamo meglio affatto…e se ci illudiamo di addormentarci meglio poi il giorno seguente ci svegliamo peggio…ormai è un classico. L’avrete capito o no?

Quando siamo da soli non ci serve un programma, anzi lui comprometterebbe tutto perché in quel momento non dobbiamo rendere conto di nulla a nessuno, stiamo benissimo così.

Ed è BELLISSIMO. Non trovate?

Il gioco demenziale sta proprio lì. Il programma serve solo a rendere conto di qualcosa a qualcuno al di fuori di noi.

E poi dai, non serve all’uomo in quanto essere vivente…
L’uomo per apprezzare le cose, deve capitare nelle cose.
Ad esempio mi capita spesso di andare in un posto e fermarmi per caso in un altro durante il viaggio. Quello è il vero senso di quel viaggio, perché non è stato programmato. Il resto lo conoscevo già, perché prevedevo quale fosse la meta già prima di partire. Ma quel luogo e quell’atmosfera che mi hanno catturato “mentre passavo di lì” non li potevo prevedere. O meglio, non potevo prevedere quali sarebbero state le mie emozioni in quel determinato momento del viaggio. Come ha già detto qualcuno: “la vita non è la meta ma tutto ciò che sta nel mezzo”…o qualcosa del genere. Il mio discorso è lo stesso. Nulla di nuovo.
Abituiamoci quindi a perdere tempo, a ritrovare del tempo da perdere. Come da bambini. Curiosi e semplici.
Quante volte andate al mare perché ci volete andare e quante volte invece vi è capitato di fermarvici per puro caso, per un imprevisto o perché “visto che ci siete” fate una sosta?
Sono sicuro che la maggior parte di noi va al mare per andare al mare, va in montagna per andare in montagna, va in quella città per andare in quella città. E poi a casa. Come previsto. Tutto previsto. Perché? Beh, normale. Avete programmato il viaggio perché anche il resto della vita è programmato, in base al lavoro, agli impegni che avete. Tutto plausibile. Follia pura. Poi un giorno si finisce su un lettino dallo psicologo per chiedergli cosa c’è che non va, sperando che sia lui a svelarvelo. Poveri illusi. Anche lo psicologo è programmato! C’è l’appuntamento fisso nel suo studio e vi incontrerete nei giorni che avete concordato per discutere di voi entro un tempo prestabilito, sborsando soldi, tanti soldi. Oppure finite per ritrovarvi in un letto d’ospedale dopo un incidente a causa della fretta, a causa del programma che seguite a menadito, per restare sempre nei tempi, nei parametri standard di quella che presumete sia la vostra vita. Una vita standard. Vi piace? Non venite a parlarmi di famiglia, di rispetto delle regole, di lavoro e soldi perché è un alibi bello e buono, anche se è la verità. La vita è lì che la perdiamo facilmente minuto per minuto alla ricerca continua di una meta e di un traguardo da raggiungere. All’interno di quello schema, tra le tubature e i fili di quel codice inventato dall’uomo.
Lo so, non è un discorso semplice e come ho detto prima, non è nulla di nuovo, ma mi è capitato di farlo. Altrimenti forse avrei scritto qualcos’altro.

Alternativa al suicidio

Prendendo in prestito il titolo di una bella ed interessante canzone del grande Battiato vorrei spendere qualche parola riguardo l’ennesimo caso di suicidio per “debiti a causa della crisi“, avvenuto ieri mattina nella mia zona. In realtà non voglio parlarvi proprio di quella notizia ma più che altro di ciò che sta dietro, di chi sta dietro un atto diventato ultimamente gravemente sempre più popolare.
Alcuni giornalisti, i soliti, pronti con i loro denti aguzzi a succhiare tutto il sangue che possono da ogni tragedia, “tendono” anche questa volta, come l’ultima volta, a strumentalizzare la notizia con i loro articoli romantici, per vendere più copie, mentre il politico di turno, in cerca di una qualche visibilità, commosso dichiara il lutto cittadino.
Molti non se ne rendono conto. Molta gente non si accorge che queste persone che speculano per riempire le proprie tasche, vivono quotidianamente aggrappate ai corpi delle vittime di un paese sempre più alla deriva, che esclude sempre di più le piccole realtà locali come il semplice cittadino, il piccolo commerciante, e le sfumature che rendono migliore questa vita, che altrimenti si trasformerebbe nel regno della banalità assoluta.
Sapete cosa vi dico? Credo che il suicidio sia “sopravvalutato” o comunque mal-valutato.
Non credo che la colpa sia solo del sistema. Il gioco dei potenti sta proprio lì se ci pensate: nel linguaggio comune che viene utilizzato da tutte le parti in causa, nel facile significato comune che viene dato a delle condizioni di vita che riguardano l’uomo comune in un particolare periodo della storia.
Non voglio neanche immaginare cosa possa succedere nella testa di un suicida in quei piccoli istanti di panico totale, prima del “salto“. Mi spiace molto, lo dico con il cuore in mano, e mi spiace per chi resta e per chi si sente improvvisamente tradito.
Probabilmente in quei dannati istanti c’è assenza di pensiero.
Credo anche però che non succeda proprio tutto così all’improvviso, come si vuole far credere e come sostiene l’opinione pubblica (guidata dai media).
Facendo un esempio banale, è un po’ come il vomito in un’indigestione. C’è un percorso pregresso che porta al rigurgito finale e per trovare la causa bisogna risalire alla radice del male.
Il suicidio è l’atto ultimo di una lunga dipendenza e totale da qualcosa o da qualcuno. Il percorso che porta al suicidio di un individuo è una schiavitù mentale che si arresta all’improvviso e dichiara vincitore chi l’ha preso per il culo e gli ha procurato del male per molto tempo, in questo caso il sistema, la società in cui ha vissuto.
Il termine “schiavitù” magari è un termine forte, lo so. Potrà sembrarvi anche che io stia dalla parte di chi ci porta a compiere quel gesto estremo, ma non è così. Cercate di capirmi e di andare oltre. E poi appunto: chi è che ci porta realmente a compiere quel gesto? E come lo vogliamo chiamare un simile atto?
Eroismo no di sicuro…
Mi rivolgo a chi commette quel gesto maledetto e a chi si trova in difficoltà da lungo tempo ormai e fa di tutto per non uscire dalla melma in cui si trova, abbassandosi oggigiorno, ogni giorno a svolgere lavori assurdi in condizioni pietose e pericolose per la propria incolumità, con l’idea fissa in testa di volersi sentire a tutti i costi “occupato”, per creare una famiglia, un domani, una garanzia, per sentirsi vivo, come se la vita fosse finita lì.
Ma scusate, come si può ancora sperare di costruirsi una famiglia quando si resta soli, in una condizione di precariato in un sistema del genere?
Il suicidio è già lì! In quel pensiero assurdo che precede il suicidio vero e proprio! Sta in quella vaga speranza, che secondo me è solo un’illusione che ci riempie di insicurezze, altroché famiglia.
Ognuno è libero di fare le scelte che ritiene più opportune, ma io starei attento, le conseguenze potrebbero essere disastrose. Lavorare tutto il giorno in un ambiente malsano, precario, per 600 euro da spendere in benzina per raggiungere quello stesso posto di lavoro e per mantenere dei vizi (quindi non per sopravvivere), passando il tempo che resta del giorno al centro commerciale, oppure a togliersi piccoli sfizi sentendoci in diritto e in dovere di farlo solo perché ci si è fatti un mazzo tanto per guadagnare quei quattro spicci, è una mentalità da schiavi. Passare giornate intere insieme a persone che non abbiamo scelto noi, trascurando quelle a cui invece vogliamo veramente bene e con cui passiamo sì e no qualche ora a settimana, è da schiavi. Non è emancipazione.
Il sistema è vecchio e fa acqua da tutte le parti.
Sicuramente anche qui ci sono mille sfumature e casi a sé di cui dobbiamo tenere conto prima di trarre le nostre conclusioni. Io sto chiaramente generalizzando e mi scuso in anticipo, però fare parte di questo sistema, stando ai margini in quel modo, senza svegliarsi e alzarsi mai, “regalando” soldi, voti e salute a chi ci vuole in quella determinata condizione di disagio e dipendenza, per tenerci a bada, è “schiavitù”, secondo me.
Credo che esistano delle alternative (vi consiglio di leggere i miei articoli: UN APPROCCIO DIVERSO ALLA CRISI e SCENDI!).
Immagino che raggiungere una certa consapevolezza non sia facile per chi è abituato a vivere in una condizione particolarmente difficile e il mio discorso potrebbe sembrare assurdo. Ma ci sono passato e nulla è facile su questo pianeta. Se poi la vita contribuiamo a complicarcela noi stessi, diventa tutto più difficile. Per esempio, invece di perdere la giornata al centro commerciale, una persona potrebbe passare del tempo con sé stessa, a pensare a una via d’uscita, a ciò che le piacerebbe fare veramente o in compagnia di persone più sane. E invece la maggior parte della gente disintegrata dalla fatica di lavorare, non cerca vie d’uscita, cerca soltanto “distrazioni” da dopo lavoro, per dimenticare quella fatica.
Ecco quindi che l’accumulo di distrazioni e frustrazioni può portare al suicidio e in molti altri casi, come abbiamo visto, all’omicidio.
Quindi di chi è colpa? Forse di tutti e di nessuno, forse però soprattutto dell’individuo che non cerca di cambiare, che non si dà delle chance, che non cerca vie alternative per sopravvivere e per vivere, lontano dalle poche scelte che il sistema ci offre (o meglio, che ci vuole far conoscere), per uscire da tale condizione al più presto, prima di pagare i conti allo specchio, un giorno, anche se ripeto, capisco benissimo che non è facile.
Ma bisogna almeno provare, no? Votiamo ogni giorno, facendo delle scelte interiori che accompagnano poi quelle esteriori.
Spero sinceramente che un gesto estremo, col tempo, non diventi un alibi.

 

Ricordandovi che…

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Il mio libro, IL VERSO DEL CANE, è un libro su tutti i “cani” che siamo noi, nelle nostre relazioni, di coppia, di amicizia, o di semplice conoscenza, sempre noi con i nostri segreti e le nostre urla. In questo libro non ci sono solo io, ci siete anche voi, ci siamo tutti.

 

Lo potete acquistare in diverse librerie online, come LaFeltrinelli, risparmiando un po’ di più! Date un’occhiata anche qui!

Comprandolo, aiutate me economicamente (e non solo), e aiutate la poesia contemporanea ad avere ancora una voce in questo mondo strano e a portata di clic.

La copertina del libro

L’invidia, questo folle sentimento che…

Ritengo che imparare dagli altri sia un’opportunità per migliorare me stesso e crescere. Non mi interessa fare meglio di te. Può darmi soddisfazione per un attimo magari. Può farmi sentire figo agli occhi degli altri per un certo periodo di tempo, ma sinceramente ti dico che non è questo che io cerco, non mi basta. Io voglio solo essere meglio di quello che ero ieri.

Certo, sono umano anch’io e mi è successo di provare invidia nei confronti di qualcuno più capace di me nel fare una determinata cosa.

L’invidia come l’errare, ha sempre avuto un’accezione negativa, perché provoca in noi disagio, insicurezza, ci chiude, ci fa soffrire, ci induce a commettere azioni orribili nei confronti del prossimo ma prima ancora nei confronti di noi stessi.

So che ve lo sto ripetendo troppe volte perché continuo a ribadirlo quasi in ogni post, ma non smetterò mai di ripetervelo, che è una questione mentale.

L’invidia, se concepita come stimolo per fare del bene a me stesso anziché fare del male a te, torna utile, anzi, utilissima. Quanti rapporti andati in frantumi per colpa dell’invidia sul nostro pianeta! O meglio, per colpa nostra. Trovo che l’invidia sia una sensazione umana naturale, dopotutto. Il problema sorge quando la nostra mente la trasforma in tanica di benzina e il nostro corpo in scintilla.

Se nel prossimo riconosciamo delle qualità che noi non possediamo, allora è il momento di prendere in prestito quelle qualità e trasferirle nel nostro database mentale. E’ il caso di imparareanziché ripudiare, è il caso di importare quella determinata capacità e farne tesoro. Dobbiamo trasformare il disagio in un’opportunità per capire quali sono i nostri limiti rispetto a una condizione del nostro essere. Non dobbiamo sentirci inferiori! Anzi, dobbiamo sentirci fortunati di avere capito che c’è ancora molta strada da fare, e che possiamo farla e che dobbiamo metterci subito al lavoro e ringraziare, piuttosto, chi ci mette nella condizione di capire quel nostro limite. Ringraziare anche metaforicamente, intendo.

Nell’antico Giappone, l’avversario veniva rispettato quasi più di un amico, perché permetteva ad un samurai di migliorarsi e di superare i propri limiti fisici e psichici.

Certo, spesso lungo il cammino incontriamo persone che provano piacere nell’ostentare qualcosa che loro possiedono e che noi non abbiamo raggiunto. Quelle persone sono malate, perché non si accontentano di ciò che hanno e sentono il bisogno di sentirsi invidiati per poter restare in piedi nella vita e trascinarsi fino alla morte. Quelle persone vivono male anche se ai nostri occhi non sembra così. In quel caso, quel tipo di persona ci insegna che siamo fortunati ad essere come siamo.

Il punto non è raggiungere il livello della persona che invidiamo, per competere con lei. La competizione, se non rimane un gioco, può diventare una sostanza cerebrale nociva e può condurci per strade impervie e controproducenti. Ci vuole prima di tutto la consapevolezza di capire e valutare la natura dell’invidia che occupa la nostra mente, perché potrebbe trattarsi di un desiderio materiale che non ci porta da nessuna parte, oppure di un modo di fare, di un atteggiamento che riguarda la personalità di quel determinato individuo, apparentemente bella ma che con noi c’entrerebbe poco o niente. Credo sia fondamentale ricercare una propria personalità nella vita. Avvicinarsi a ciò che siamo realmente senza travestimenti. L’obiettivo quindi è capire innanzitutto la qualità, la sostanza di ciò che stiamo invidiando, e riflettere su come potrebbe cambiarci nel bene e nel male a seconda delle nostre qualità e difetti e quindi agire.

Tutti abbiamo qualcosa da imparare dagli altri e non c’entrano età, razza e condizione economica. Tutti indistintamente dobbiamo vivere per imparare dal prossimo e crescere dentro, per essere più sani dentro e fuori, individualmente e tutti insieme, per essere migliori con noi stessi rispetto a ieri e di conseguenza migliori nei confronti del prossimo.

Tutto questo non significa voler essere Padre Pio. Non significa dover essere buoni a tutti i costi. Il buonismo non ha nulla a che fare con questo argomento e con quello che intendo io. L’obiettivo è voler bene a te stesso prima ancora di volerne a me, ma senza egoismo, volerti bene per stare in pace, con te stesso e quindi con me, per vivere una vita paziente senza corse all’oro, o sgambetti inutili tra di noi, per arrivare primi da nessuna parte e per sentirci magari peggio di prima e risultare anche sgradevoli.

L’Italia (e non solo), oggi come oggi, per poter ritrovare una propria identità e una dignità, dovrebbe fare qualche passo indietro e “imitare” piuttosto altre realtà geografiche un po’ meno europee e forse anche meno occidentali, magari meno industrializzate ma più umili e felici, più rispettose nei confronti della vita umana, in modo che i principi trainanti non si traducano in disuguaglianza e in guerra.

Puntualmente in ritardo, eccomi qui! Con un nuovo progetto!

Dopo parecchi giorni d’assenza dal mio blog, ritorno per portarvi qualche news riguardo la mia attività di scrittura. Come quando sono in sella alla mia bici o a piedi o (raramente) in auto, o ancor più spesso, quando cavalco la mia fantasia, amo imboccare nuove strade, provare nuovi percorsi, che spesso si allontanano dai tracciati convenzionali. Mi piace sentire ogni tanto il sapore dell’avventura, o quantomeno della novità… Primo, perché sono curioso e mi piace mettermi alla prova non soltanto con le idee ma anche con i fatti, secondo, non amo fossilizzarmi in un’unica cosa, in un unico stile, rischiando così di perdere l’occasione per conoscere nuovi punti di vista e stili di vita, utili per me stesso, per esplorare nuove dimensioni del mio essere e quindi per migliorarmi.

Ebbene, ho sempre tentato in passato, forse con troppo poca convinzione, di fondare una band, o comunque di provare ad accostare la musica alle parole che scrivo, trasformando i miei pensieri in canzoni. La canzone non è poi così diversa dalla poesia, nel complesso, anzi si può dire che corrano tutte e due sulla stessa carreggiata, verso la stessa destinazione, tutte e due possono disporre dello stesso potere, della stessa energia. Sono composte della stessa sostanza spirituale. Spesso e volentieri le canzoni sono vere e proprie poesie, nelle quali ci si immerge e ci si perde allo stesso modo. La musica che le accompagna le può rendere ancora più potenti e coinvolgere un pubblico più ampio.

Fin qui non credo di avervi detto nulla di nuovo. La novità, come forse avrete intuito, è che sto fondando un gruppo musicale, in cui sarò autore dei testi insieme al mio fido chitarrista e inoltre sarò la voce principale. La musica è parte di me fin dalla nascita. Ho sempre ascoltato di tutto perché i generi musicali sono come il cibo, si può apprezzare una pizza come allo stesso modo il sushi o una wiener schnitzel. Chiaramente come nella cucina, così nella musica, ci sono dei gusti che prediligo rispetto ad altri. Amo molto il rock anni ’60/’70, non escludo il sound ’80 e ’90, mi piacciono da matti le rime, quindi per me il rap ’90 è sempre stato un punto di riferimento nella scrittura; amo la musica black, dal jazz al blues, al soul, al rhythm & blues, al funk, al rap, al reggae… Mi piace molto l’elettronica, apprezzo la house music, ma allo stesso tempo sono in grado di apprezzare la musica classica, così come il cantautorato italiano.

La linea che seguiremo noi e che ci accomuna in questo percorso musicale sarà più o meno quella del rock & roll, puro, un po’ blueseggiante, con l’aggiunta di qualche esperimento strada facendo soprattutto per quanto riguarda gli spettacoli live dove poesia ed immagini potrebbero accompagnarci in diverse forme e stili. Ma non voglio svelare ancora nulla, anche perché è ancora una bozza. Siamo ancora incerti nella scelta del batterista ma da due settimane ci stiamo dando da fare nella nostra sala prove e con la calma e un pezzo alla volta, realizzeremo il progetto curando man mano ogni dettaglio. Sarà l’inizio di un nuovo percorso senza scadenze. Un sogno che vorrei condividere con voi, qui e non solo.

Nel frattempo sto continuando a lavorare sul mio secondo libro, il quale non sarà questa volta una raccolta di poesie bensì un’opera in prosa, un saggio dal sapore poetico, se così posso chiamarlo, ma che sinceramente faccio fatica a definire.

 

Per il resto, senza paura, raccontatemi di voi se ne avete voglia, nei commenti, di cosa ne pensate e se anche voi state seguendo un percorso simile al mio!

Il muratore di coscienza (Dalla brutta copia del mio prossimo libro)

…ti devi costruire una tua coscienza, devi cercare sempre ciò che ti fa stare bene, difendendoti da insidie letali, osservando e cercando a tutti i costi un metodo personale di auto-conservazione. È un viaggio, una ricerca infinita che ti da modo di dare il meglio di te in ogni situazione, da solo e insieme agli altri.

 

…a me fa impazzire (positivamente) che si facciano tanti giri di parole per tanti anni, esperienze spesso anche inutili ma che in qualche modo ti servono, per capire che tu invece sei “quella cosa là”…e ce l’avevo allo specchio, porca puttana! …ma niente, non c’è proprio niente da fare, impari col tempo a capire soprattutto cosa non sei. Con il passare del tempo ogni cosa prende un senso, anche quando non ce l’ha.

La pazienza del caffè

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Il caffè, per me è l’emblema della pazienza mediterranea. Il caffè è gioia. Il caffè mi fa sentire a casa. E’ la linea di demarcazione tra una fine e un nuovo inizio. Il caffè è un concetto che va al di là di quello di bevanda e di colazione. Il caffè non va mai preso di fretta. E’ un insulto. Il caffè inizio ad assaporarlo con la mente mentre attendo che esca nella moca. Quando comincio a percepire il suo inconfondibile aroma, che si espande e si infiltra ovunque e che ti trascina per la gola fino in cucina, ha fatto la prima mossa, è già parte di me, sta corteggiando i miei sensi. La seconda mossa spetta a me, mi avvicino per “baciarlo” e per vivere quella solita breve storia d’amore mai banale. Sembra sempre la prima volta. Il caffè non si rifiuta mai. Il piacere del caffè sta nell’attesa del caffè stesso, quando sai cosa ti aspetta se decidi di seguire la scia della fragranza fino alla fonte. Il caffè è un rito di socialità. Succede spesso, quasi sempre a dire il vero, di prenderlo insieme ad altre persone, come pretesto per scambiare qualche parola, ma per quanto mi riguarda è soprattutto un affare personale, un sapore privato. Le sensazioni sono soggettive ed io mi calo in quella pace, in quel tipo di pazienza che trascende ogni situazione intorno a me. Con o senza zucchero, corretto, con o senza latte, ecc. A ciascuno il suo. E non c’è mai un motivo particolare per dire sì al caffè, e nemmeno per dire no. Non è necessario che sia per forza ora di colazione. Il caffè richiama la tua attenzione ovunque ti trovi, qualunque cosa stai facendo, ti invita, e cedi.

Breve riflessione dopo-festival

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La settimana scorsa mi trovavo a Udine per Far East Film Festival, in qualità di “operatore volontario”. Mi occupavo della parte social-mediatica della manifestazione dedicata al cinema asiatico, definita “la più ricca rassegna di cinema dell’Estremo Oriente in Europa”. In poche parole aggiornavo, dai miei profili social, gli avvenimenti del festival in diretta mediante foto, commenti a caldo, ecc.

Ho avuto modo di guardarmi diverse pellicole, alcune delle quali molto particolari e affascinanti, altre piuttosto pallose ma in qualche modo interessanti. Il vincitore del festival è stato il giapponese “The Eternal Zero“, la storia dei nipoti di un pilota, morto da kamikaze durante la seconda guerra mondiale, che cercano di fare luce sul motivo che spinse il nonno a sacrificare la propria vita in quel modo, alla vigilia della sconfitta giapponese.

Nonostante la rassegna mi sia piaciuta nel complesso per la sua ricchezza di sfumature, ciò che mi è rimasto più impresso non è stato un film in particolare bensì la freschezza, la forza d’animo, l’intenzione di un gruppo di giovanissimi studenti, nonché emergenti registi  hongkonghesi che, sostenuti economicamente da un progetto chiamato “Fresh Wave” (che in Italia ci sogniamo) con la collaborazione di registi del calibro di Johnny To, ha presentato una selezione di cortometraggi molto interessanti, ricchi di personalità e di autenticità. Ho apprezzato tantissimo l’intensità con cui i registi in erba hanno cercato di esprimere i loro punti di vista riguardo i problemi sociali e le conseguenze di questa urbanizzazione che caratterizzano in particolar modo la Cina ma allo stesso modo buona parte del pianeta Terra. Mi ha colpito la forza ma anche quella “presunzione” (che non sono di sicuro una novità) di abbattere alcune solide barriere sociali antidemocratiche che rendono spesso impossibile la convivenza tra classi sociali, autorità ed istituzioni fino alla perdita dell’identità. Mi ha toccato la loro immensa voglia di riempire quel perenne gap  tra “giovani” e “vecchi”, un tema altrettanto vecchio ma pur sempre attuale, il quale, mediante queste testimonianze mi ha spinto a chiedermi il perché di così tante incomprensioni, e soprattutto come mai da una parte (giovani) è quasi sempre esistito un desiderio sfrenato (qualche volta impulsivo ed ingenuo) di cambiare le regole del mondo, di battersi per i propri diritti violati, mentre dall’altra regnano pressapochismo, rassegnazione, pigrizia e frustrazione.

Il caos è il re del mondo…

Perché noi esseri umani, il più delle volte, vogliamo cambiare senza cercare un equilibrio?

Non dovrebbe essere un obiettivo collettivo che nasce spontaneo dal singolo individuo?

Perché continuiamo a sbagliare senza imparare?

Noi

Ciò che resta del rumore

siamo noi,

divisi da un’unione di spaventi

e sprazzi di lucida passione…

La distrazione

che tanto ti mancava

più di quanto

forse

ti mancasse la persona…

Le persone

Stupende contraddizioni

 

E’ pericolosa l’assurda confusione che ti crei in testa leggendo e assimilando le più diverse e contraddittorie idee sulla realtà dell’esistenza che trovi in internet e nei libri. Sterili pensieri che non sono una tua esperienza e quindi inutili. Una sporcizia mentale che ti impedisce di apprezzare il presente e imparare davvero qualcosa. E qui mi contraddico. Grazie dell’attenzione.

 

Per me

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E ad un tratto mi cercai,
condannato all’abiura,
ho subito dritti al cuore
gesti privi di premure…
E oggi ramingo
vago a caccia
della mia vera natura,
di un me essenziale
che ha vestito troppi panni,
trascurato per due anni
o forse più…
L’indispensabile Me Stesso.
Perché per te morivo,
perché è per me che vivo
adesso.

“Conoscendomi, evolvendomi, accontentandomi”. (pezzi dalla brutta copia del mio futuro libro)

L’ignoranza miete vittime. E’ l’ignoranza che ci conduce all’odio. Tutto nasce da un’errata disposizione mentale, da una scarsa volontà di comprendere noi stessi, da una rinuncia di ricerca e di analisi dei nostri processi mentali…

…La ricerca del benessere personale è un nostro diritto ma più un dovere, che porta rispetto prima di tutto a noi stessi e quindi al prossimo. Altrimenti che viviamo a fare, se non per avvicinarci il più possibile alla consapevolezza?

Se non ci si forma, ci si deforma.

 

Bisogna accontentarsi.

Ma questa affermazione può essere giusta da un certo punto di vista, sbagliatissima da un altro. Accontentarsi non equivale a rassegnarsi. Non significa che dobbiamo restare fermi e non evolverci, ma nemmeno che dobbiamo rinunciare ad essere noi stessi. Accontentarsi significa… (continua nel libro)

 

Cosa significa innanzitutto “accontentarsi“, secondo te?

Cosa significa “rimanere te stesso“?

 

 

Partire o restare… (…pezzi, dalla brutta copia del mio prossimo libro)

- “Io…non so mai se partire o restare…odio la mia insicurezza…”

- “Sai…Andarsene, a mio parere, non è sempre sinonimo di intelligenza e di scaltrezza. Chi se ne va, spesso lo fa soltanto perché non sente più legami di sentimento nel presente, nella dimensione in cui vive. Chiaramente per legami intendo qualsiasi natura di legame affettivo…

…Non siamo tutti uguali, questo è indubbio ed è l’unica cosa certa. Alcuni se ne vanno per motivi e bisogni che considerano primari nella propria vita. Altri scappano per cambiare aria, forse solo per un breve periodo di tempo, mentre altri ancora per evitare di pensare, per evitare il suicidio.
Sapete, mi sono accorto che la maggior parte di chi se ne va, è convinta di fare la scelta giusta perché si accontenta della reazione di chi lo vede partire. Una volta che parti ti considerano un mito. E questo ti basta, forse perché in realtà non cerchi la partenza, ma la notorietà, una piccola parte come protagonista, l’attenzione che non hai.”

Questa vecchia novità chiamata “bullismo”.

prevenire-combattere-bullismoOggi si parla del BULLISMO come di “un fenomeno nuovo di massa, un virus pericoloso che si espande a vista d’occhio”.
Cari miei, il bullismo è sempre esistito!
L’unica differenza è che oggi finalmente SE NE PARLA.
Gli anni ’80 e ’90 sono stati anni inquietanti a livello di bullismo.
Chi li ha vissuti come me può confermare quello che sto dicendo. A scuola, per le strade, pestaggi ed episodi di bullismo erano all’ordine del giorno. Addirittura alcuni angoli del mio paese era meglio evitarli…
Anche nei parchi giochi, sulle panchine potevi tranquillamente incontrare gruppi di ragazzi e ragazze pronti ad aggredire, non sempre per scherzo, anche solo verbalmente chiunque passasse davanti. Ricordo molti compagni di scuola quotidianamente nel mirino di qualcuno e le denunce erano veramente poche a differenza di oggi. Non c’erano i cellulari che riprendevano le scene da usare eventualmente come prova di certi abusi.
Insomma era un argomento poco discusso, affrontato con troppa leggerezza. Quindi non è un fenomeno del momento. Oggi è solo più semplice raccogliere le prove e discuterne attraverso i media. Quindi direi: sarebbe ora!

Purtroppo con l’arrivo di internet il bullismo si è trasferito in rete, dove molti limiti si scavalcano con più facilità anche stando comodamente a casa.

Vi ricordo che…

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Vi volevo ricordare che il mio libro IL VERSO DEL CANE lo potete trovare nel negozio online che preferite! Clicca qui per visualizzare l’elenco degli store disponibili!

Quel dialogo siamo noi

Pubblico questo articolo perché trovo che le parole di Simone Perotti descrivano perfettamente le stesse sensazioni che ho io riguardo quella rivoluzione individuale che ognuno di noi dovrebbe attuare oggi in antitesi a quel modo di respirare la politica che teme, nega e disconosce l’esistenza di un individuo capace di decidere con la propria testa, a cui ci hanno abituato. Se vi interessa ho trattato questo argomento qui sul mio blog nei post Un approccio diverso alla crisi e in Scendi!.

L’articolo che segue è stato scritto da Simone Perotti e pubblicato per Il Fatto Quotidiano.

 

 

RENZI – GRILLO: QUEL DIALOGO SIAMO NOI

“Appena finita la diretta streaming delle consultazioni tra Renzi e Grillo. Sensazioni contrastanti. Qualcosa (parecchio!) quella scena diceva… A me.

Da un lato il Premier incaricato a cui sta cercando i ministri De Benedetti. Lo stesso che ha detto a Letta fidati e poi lo ha tolto di mezzo, che aveva detto riforma elettorale ed elezioni e, appena presi due milioni di voti alle primarie, ha detto governo di legislatura e voto al 2018, che aveva detto mai più larghe intese e ora fa il governo col centrodestra… ma che è lì seduto, aperto al dialogo, pronto a confrontarsi democraticamente davanti alle telecamere, paziente.

Dall’altra il comico, quello che dice che non è democratico con tutti allo stesso modo, che non fa parlare il suo interlocutore, che non vuole confrontarsi, che è andato all’incontro ma l’incontro non lo vuole fare, che chiede alla gente cosa deve fare e poi quando gli dicono “vai” fa finta ma in realtà non fa quello che la rete tanto sovrana gli ha chiesto… ma che ha una visione del tutto diversa del Paese, del lavoro, dell’energia, della società.

Uno educato, l’altro con i contenuti. Uno maleducato, l’altro paraculo. 

Ed eccoci qui, Noi, a guardare, incerti su cosa pensare. L’ago pende, è chiaro. Non potrebbe non pendere, dopo che abbiamo saputo da Barca come funziona; dopo che abbiamo visto il ceppo antico della peste democristiana farsi beffe di tutti gli elettori delle primarie. Però di là c’è la “dittatura sobria” (come l’ha autodefinita Grillo in conferenza stampa, seppure autoironicamente), ed è evidente che finirà così, anche se il modello di sviluppo l’ha centrato, è quello, senza alcun dubbio, e godiamo, dobbiamo ammetterlo, quando il dialogo col “falso e cortese” non inizia neppure, perché certi dialoghi non vanno condotti bene, non vanno effettivamente iniziati mai.

Occasione d’oro, tuttavia. Per me, che conto uno, un’opportunità per comprendere la mia politica, quella non delle convinzioni ma delle azioni. Qual è il mio programma, quello che sto facendo oggi se autoproduco, se decido per una mia diversa mobilità, quando faccio le debite fatiche per essere coerente con la mia visione ambientalista del mondo, quando lascio il lavoro, vivo con poco, ristrutturo da solo la mia casa, cambio d’uso agli oggetti per non gettarli via? Ecco a cosa serve guardare quel dialogo così apparentemente inutile, antitetico: serve a noi, per agire.

Libertà non è partecipazione, è azione. Io sono il mondo che deve cambiare. Poi loro, i candidati, la politica… cambieranno, saranno espressione mia, mia conseguenza. Somiglieranno a me, non io a loro. Il dialogo tra Renzi e Grillo è istruttivo perché è un dialogo a cui avrebbe potuto prendere parte a buon titolo, ognuno di noi. E’ inutile che li giudichiamo. Siamo noi il falso e cortese, siamo noi il fascistoide che pensa giusto. Io che non voglio essere paraculo e voltafaccia come Renzi; io che non voglio essere violento come Grillo, ma che da Grillo accolgo la sintonia con la mia passione, con il mio impegno morale; io che non voglio somigliare a Grillo in alcun dialogo, ma che non consentirei mai a De Benedetti o a chi altri di dirigermi, marionetta scambista del potere; io che osservo e penso che è una finta, una liturgia, affidandoci alla quale veniamo meno ogni giorno all’azione, dai rifiuti, i nostri, al riscaldamento della nostra casa, che inquina, alla fuga possibile dal consumismo, il mio, alla mia diversa mobilità, alla necessaria solitudine per rimanere esseri umani.”

S. Perotti

Very poveri Cristi

aussichten

Nelle tasche delle spoglie dei credenti

non ho mai trovato incensi,

solo mani senza pace

sulla faccia degli ignoti,

di bambini,

mendicanti,

di perdenti

che non mendicano croci…

Spesso ho visto mani

calpestarsi come piedi…

Ho visto mani

stringersi tra i banchi della chiesa

di uomini

parcheggiati in doppia fila

per ricevere in omaggio

il corpus domini disteso sulla lingua

mentre ingoiano reati

diluiti in acqua santa

per redimere i peccati…

I veri cristi stanno in strada

traditi dalla sorte…

Perché le porte della Chiesa

fan passare solo Giuda?

Bestemmiate infedeli!

Picchiate sulle porte perbeniste

sbarrate!

Santificate!

Spegnete questo inferno!

Pisciate!

Scrivere (pezzo dalla brutta copia del mio futuro libro, ancora senza titolo…)

“…Fu l’inizio di tutto, avevo trovato la mia cura, inconsapevolmente, sentivo che nella scrittura c’era qualcosa di potente che mi faceva bene. Mi divertiva e rispondeva alle domande che avevo dentro, spesso senza risolvere necessariamente il problema, ma soltanto discuterne sul foglio mi aiutava a capire, che spesso non c’era molto da capire.

Scrivere colpiva ogni mio male alla radice del male, non lo schivava, gli andava dritto addosso e lo affrontava di petto, a penna tratta. Non cercavo altro di più forte. Man mano che scrivevo migliorava la mia percezione della realtà, miglioravo io, migliorava il mio rapporto con me stesso, con chi mi stava intorno e con la scrittura.”

Haiku #5

Corpi selvaggi

Sospiri che urlano

teneri baci

Haiku #4

Gatto e pace

Mi lecco le ferite

Piove l’attesa

Riflessioni “In” e “Out”

192254290-264150a9-474d-4c80-8af1-6db83354f726È il grosso dilemma questo, no?

Sei dentro o sei fuori? Se non scegli, se resti a metà non vali nulla, ti puntano il dito contro perché non riescono a darti un ruolo nella loro squadra…

Ma “loro” chi? Loro loro! Cioè Noi…

Siamo tutti parte della stessa merda, detta così, alla francese…

Spesso siamo noi quelli che critichiamo.

Poi c’è da dire che in questa società non basta avere un ruolo…perché anche il nostro ruolo a seconda dell’età e del periodo storico sociale in cui viviamo, cambia. Alle elementari ci conoscono come un/una tale che dice, fa certe cose…alle medie siamo quelli/e che fanno e dicono altre cose…e via avanti così, fino alla morte.

È incredibile questo alternarsi di ruoli, di personaggi che vestiamo per sembrare, per accontentare, per riuscire a cavare qualche ragno dal buco, da una vita che ci hanno donato in un periodo storico a caso in questa parte di Universo…

È tutto talmente grande e allo stesso tempo talmente piccolo…

Dimensioni parallele che spesso deragliano e si incrociano tra presente, passato e futuro…

Forse “tutto appare” nella nostra mente…e di vero in quel che facciamo, mentre ci arricchiamo o ci impoveriamo, c’è ben poco…

La verità più vera e meno originale è che ci troviamo qui, su questo pianeta a farci l’amore e la guerra sotto le stesse stelle…rifilandoci ruoli inutilmente utili a confrontarci con gli altri, tra successi e delusioni, dati da scelte che facciamo spesso senza pazienza, senza una vera e propria coscienza, reduci dall’ascolto di troppe parole…come queste…o anche peggio…

La verità forse è che non si impara…ma si prende forma.

Vaffanculo a te

Buonanotte a te
che nonostante la tua faccia
riesci ancora a prender sonno

Buonanotte a te
che non riesci a stare solo e in pace
perché poi rischi di pensare

Buonanotte a te che non fai luce
e splendi all’ombra del più forte

Buonanotte a te
che non hai mai rincorso una farfalla
se non per toglierle le ali

Buonanotte a te
che vaghi in cerca di alleati
per non rimetterci la faccia

Buonanotte a te che ti lamenti
di tutto ciò che hai scelto tu

Buonanotte a te
che vivi dentro una statistica
e che ormai non sogni più

Buonanotte a te
che sei sempre così uguale

Buonanotte a te
che sei troppo normale per darti anche del pazzo

Buonanotte a te
che non capisci un cazzo

Reality Shock al bar Lamento

"Maschere" - James Ensor

“Maschere” – James Ensor

Sbuffando dentro un bar

ho constatato che

la gente vuol mostrarmi solo quello che

non è.

Tavoli di vetro

riservati a chiacchiere di vento

frantumate.

Tette rifatte,

menti malate

di anime strafatte

di coca e di cola

talento disattento.

Ma da quando sono nato

il mio monte mi ha accettato

e tra le fronde dei suoi figli

ho sempre un posto riservato.

Tutto il resto sia dannato!

Solo muffe ed artifici,

battute hollywoodiane,

pernacchie

e tattiche infelici.

Assistere all’allenamento di una squadra che non si diverte…

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Mural Of Sports 1937 – 1938

Mi corrode l’anima vedere dei ragazzini che giocano e non si divertono…

Tutti gli allenatori che ho conosciuto non hanno mai preso sul serio questo problema…

Sembravano riposseduti…

Nessuno di loro ha mai ammesso le sue colpe…

Nessuno ha mai chiesto scusa…

Nessuno di loro ha mai fatto un solo passo indietro, consapevole almeno di ciò che ha fatto…di quello che ha lasciato

Nessun allenatore si è mai soffermato a pensare che cosa insegnava…che cosa trasmetteva…

E perché cazzo urlava a fare…quelle frasi senza senso, senza senno…mortificanti…controproducenti…

Nessuno di loro mi ha mai spiegato perché volesse vincere a tutti i costi, senza scrupoli…senza riguardo per nessuno di noi…

Ci hanno fatto odiare quello sport…

L’allenatore di una squadra che non si diverte dovrebbe cambiare mestiere o hobby il più presto possibile, prima di fare danni irreversibili…

Vedere una squadra di ragazzini che si arrabbia come i grandi, che recita parti sovrumane con lo scopo di guadagnarsi un posto d’onore, di inserirsi in quell’assurda dimensione degli adulti sbagliati, di farsi accettare dal “supremo” di turno che tratta i suoi allievi come il capitano tratta i soldati di una guerra insulsa e senza fine, mi fa vomitare…

Vedere allenare in quel modo dei bambini che vogliono soltanto giocare, mi intristisce…

È un fallimento di tutti…con troppi precedenti…e che va al di là di ogni risultato appuntato nella loro classifica mentale del cazzo…

Però…

Un allenatore che capiva la responsabilità di quel ruolo…uno solo…l’ho incontrato…mi è capitato

Sì…è stato bello…

Un onore…

Un sospiro di sollievo…

Ma è durato giusto il tempo di un sospiro…

È stato allontanato, dai dirigenti…perché beveva troppo.

Era un alcolista…sì…

Ma lui ci capiva…

Ma con lui ci divertivamo…

Ma con lui sorridevamo…

Ma con lui giocavamo…

Con lui eravamo dei vincenti contenti, nonostante i risultati…

E di tutti quelli che ho incontrato vi assicuro che era il più sobrio.

Un nuovo libro, un nuovo viaggio: ricominciare

Siamo giunti al termine di questo penultimo mese dell’anno, quasi freddo, che alterna tepori di fine estate a nuove gelate improvvise che preannunciano un clima e un’atmosfera un po’ più coerente con il periodo dell’anno in cui ci troviamo. Siamo in inverno e l’inverno per me rappresenta una fucina dove riscaldo i miei nuovi progetti da lavorare successivamente a mano con pazienzaI miei progetti non sono altro che sogni che ho intenzione di realizzare in tempi quasi mai brevi e definiti. Quest’anno si tratta di un nuovo viaggio e di un nuovo libro da scrivere. Quindi i viaggi saranno due.

La bicicletta in questo 2013 mi ha regalato un’infinità di emozioni e di dimensioni spesso surreali in cui non mi ero mai calato prima. Mi ha fatto sentire padrone del viaggio e del mio tempo, senza filtri, senza fretta, con il suo passo spesso incerto mi ha dato la possibilità di conoscere nuovi lati del mio io, un nuovo tipo di rapporto con me stesso e con le persone che ho incontrato lungo il cammino. La calma della bicicletta mi ha permesso di capire che la natura non ha confini geografici, nemmeno quelli che pensiamo di conoscere, mi ha fatto capire che i limiti risiedono unicamente nella nostra mente e che sono superabili con la buona volontà. A scuola mi hanno sempre criticato sotto questo aspetto: insinuavano che avevo poca volontà e ritenevano che avrei potuto ottenere migliori risultati se mi fossi applicato almeno un pochino. E sapete che vi dico? Che avevano ragione. Credevo che il mio problema dipendesse unicamente dal fatto che gli insegnanti non erano in grado di trasmettermi i giusti stimoli per seguire le loro lezioni poiché me le imponevano e le vivevo come delle costrizioni nonostante gli argomenti in sé, spesso e volentieri molto interessanti. Con il passare degli anni però mi sono reso conto che quel problema che credevo legato solamente all’ambiente scolastico, continuava a seguirmi in ogni mia attività pur trattandosi di scelte che facevo io, senza il condizionamento di nessun altro, comportandomi praticamente nello stesso identico modo, come a scuola, vivendo ogni mia scelta come un peso, una costrizione e non un piacere come in realtà avrebbe dovuto essere. Ero sempre svogliato e poco caparbio. Non mi sono mai applicato abbastanza per far avverare i miei desideri. Mi sono limitato a guardarli da fuori come qualcosa in vetrina che non potevo permettermi di comprare. Ma come dice anche Battiato, “per avere disciplina ci vuole troppa volontà”. Il mio era un atteggiamento sbagliato, se desideravo qualcosa e non aveva alcun senso poi lamentarsi dando la colpa a qualcun altro per i miei insuccessi. Oggi il mio atteggiamento rispetto a ciò che voglio fare è cambiato e sono felice di aver superato questo mio limite. Non mi resta che continuare su questa strada, ora. Ma per giungere a questa conclusione (e a questo nuovo inizio) non è stato facile come scrivere questo post, ho dovuto lavorare molto su di me e calarmi nei profondi meandri di me stesso per capire e trovare la radice dei miei errori. Non è stato per nulla facile ma ne è valsa la pena.

biciclette-a-firenzeLa bici non è altro che un esempio figurato di questo tipo di viaggio dentro noi stessi alla ricerca dell’essenziale. Per andare nella giusta direzione la mente dovrebbe procedere come un ciclista e dissetandosi lungo il viaggio con una “bevanda energetica” contenente questi ingredienti:

Sincerità, amor proprio, pazienza, umiltà, volontà, semplicità, rispetto, osservazione.

Questi termini sono le “sostanze nutritive” che compongono la giusta dimensione in cui viaggiare verso un cambiamento sincero e costruttivo.

Sto valutando diverse destinazioni da raggiungere in bici durante il vicinissimo 2014 ma non c’è ancora nulla di concreto. Mi piacerebbe per esempio visitare qualche regione d’Italia, i boschi e i sentieri stupendi in cui camminava e abitava (soprattutto durante i suoi ultimi anni di vita) uno dei giornalisti e scrittori che ammiro di più al mondo, Tiziano Terzani. Oppure mi piacerebbe molto raggiungere la provincia di Assisi e fare una specie di reportage sul tempio buddista di Ananda, situato sulle colline umbre, dove vengono impartiti insegnamenti basati sui principi dell’antica scienza del Kriya Yoga e della realizzazione del Sé, trasmessi al mondo occidentale da Paramhansa Yogananda, autore dell’interessantissimo libro “Autobiografia di uno yogi, che consiglio di leggere. Il buddismo mi ha sempre interessato, nonostante io sia un anti-religioso, ci sono degli aspetti filosofici che mi hanno sempre affascinato dal di fuori e non mi dispiacerebbe vedere di che cosa si tratta un po’ più da vicino, con i suoi pro e contro. Oltretutto mi affascina molto il fatto che questo centro si trovi in Italia. Oltre confine avrei invece in programma mete molto più distanti come la Danimarca, l’Inghilterra, la Normandia ma restano tutte ancora idee vaghe e astratte per cui non mi sbilancio anche perché dipenderà quasi unicamente dal budget che riuscirò a raccogliere nei prossimi mesi.

Quest’anno è stato un anno di soddisfazioni, ho pubblicato anche il mio primo libro che nel suo piccolo ha avuto un discreto successo in zona. La presentazione a CormònsLibri 2013 è andata molto bene, un’emozione pazzesca parlare al microfono di qualcosa che ho fatto io con le mie mani, con quella buona volontà di cui parlavo prima.

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Ho ricominciato a scrivere. Continuo a nutrirmi di spunti da libri, musica, film e situazioni che studio da tempo per cominciare subito un altro lungo viaggio: il mio secondo libro. Protagonisti e ambientazioni che prenderanno forma col tempo… Sarà una nuova ed entusiasmante avventura… Si prospetta dunque un inverno ricco di appunti, di pensieri e di suggestioni da trascrivere al tepore naturale delle legna che arde e scoppietta nella stufa. Detto questo, vi auguro un dicembre autentico, ricco di progetti, di idee originali, di avventure, di rapporti sinceri e di torte e biscotti fatti in casa.

Buon viaggio a tutti.

La magia delle fiabe

Ieri mi è capitata sotto il naso una vecchia e abbastanza famosa musicassetta che mia madre mi regalò per Natale quando avevo solo 8 anni, intitolata “C’era una volta” contenente una decina di fiabe tra le più note in circolazione, come “Il gatto con gli stivali”, “L’oca dalle uova d’oro” o “Clara e lo schiaccianoci” con l’indimenticabile sottofondo suggestivo e indescrivibile di Tchaikovsky (compositore che consiglio a tutti di ascoltare).

MarzapaneLe fiabe sono dolci farciti di tepore, di affetto, di caminetti accesi mentre fuori nevica, un rifugio per l’inverno. Sono magiche. E lo saranno in eterno secondo me. Sono medicine per l’anima, sono delle camomille musicali, per nulla buoniste o false bensì autentiche opere d’arte da appendere sulle pareti dell’anima della propria camera da letto.

Da bambino, che te le racconti qualcuno oppure il mangianastri o il giradischi, poco importa, il risultato non cambia, è sempre positivo e mette le basi del gioco, del tuo benessere prematuro, della pazienza, della fantasia e della creatività.

Da adulto invece le “fiabe” te le racconta lo Stato, con la sua politica sempre più affamata di anime e di lavoratori onesti. Ma questa è un’altra storia…

Credo che non bisognerebbe mai smettere di ascoltare le fiabe per rendersi conto della magia e dell’energia che trasmettono ed è stupendo sentirle con orecchie diverse man mano che si cresce e che si invecchia per aggiornare il nostro punto di vista.

Mi sono reso conto che ancora oggi le ascolto con i sensori di un bambino e questo mi emoziona da matti, ma soprattutto ho capito che per avere un domani è importantissimo addormentarsi con dei bei pensieri in testa farciti di fantasia e di creatività.

Beh sì, crescendo poi si affrontano un sacco di nuove ed inimmaginabili sfide, è vero. Si perde una miriade di volte, si perdono la pazienza, il coraggio di vivere, si soffre e si piange con occhi diversi rispetto a quelli di un bambino ma credo che le fiabe, al di là che continuiamo ad ascoltarle o meno, siano un chiaro esempio di quanto importante sia l’equilibrio nella vita, la pace mentale, per rinnovarsi ogni giorno.

Le fiabe mi hanno detto che è importante ricordarsi di sognare per far avverare i propri sogni o per mettersi in cammino alla ricerca del proprio sogno nella vita.

Sognare non significa fantasticare senza senso, persi nell’illusione come se avessimo assunto LSD. Sognare significa camminare con i piedi per terra ma con una mente in grado di viaggiare oltre quella coltre di apparenza, di negatività e d’ipocrisia che la realtà ci propone e che ogni giorno ci accieca e ci rende sempre meno intuitivi, utili, saggi e liberi. Al contrario ci rende sempre più violenti e insensibili.

Le fiabe sono la prova che addormentarsi per riposare e sognare è importantissimo. Molti di noi anche se chiudono gli occhi la notte, non è detto che dormano, anzi, la stragrande maggioranza passa notti intere a riflettere su come affrontare gli imprevisti e i soliti problemi del giorno seguente che è sempre uguale a tutti gli altri e tremendamente invivibile spesso e volentieri.

Poi mettiamo anche in conto tutte le frasi inutili e qualunquiste che sentiamo che non fanno altro che peggiorare il nostro intuito ed istinto naturale e la situazione precipita e noi precipitiamo nell’abisso dei problemi, in vuoti incolmabili, senza speranza, senza più il tempo di capire chi siamo, senza più un attimo per ricaricarci e non sappiamo più né dove né come cominciare.

fiabe4Io non sto dicendo che le fiabe siano il segreto della vita, ma credo facciano parte di una di quelle dimensioni ottimali dell’Essere in cui perderci per ritrovare le basi per migliorarci e su cui costruire qualcosa di sincero, positivo e più utile per noi. Sono l’atmosfera giusta in cui addormentarsi per svegliarsi con buoni propositi personali e idee sane da realizzare.

Non avete più scuse signore e signori…Stanotte, prima di addormentarvi, scaldatevi con una fiaba, non limitatevi ad ascoltarla ma cercate di sentirla, riflettete e viaggiate verso un domani più autentico da vivere oggi.

I cavi tra di noi

Sono cavi quelli tra di noi? O siamo collegati tramite il wi-fi?

Poco importa!! ;)

Ieri parlavo con un’amica dell’attrazione tra le persone. Più che altro del lato negativo dell’attrazione, di quella calamita che ci avvicina le persone sbagliate.Il discorso era partito in maniera ironica, ridendo di certi fatti che sono accaduti sia a lei che a me, ma poi siamo giunti a conclusioni piuttosto serie e autocritiche. Penso che ognuno di noi possegga un’antenna che riceve e trasmette dati, impulsi e di conseguenza o per una serie di combinazioni, attira verso sé il risultato di quello scambio di dati.

Non saprei dire di chi è colpa, io credo che siamo tutti coinvolti e colpevoli in un modo o nell’altro e che durante questo scambio di “informazioni” dovremmo sentirci i diretti responsabili di ogni conseguenza. È troppo facile dare la colpa agli altri, come dico sempre. Non che sia sempre colpa nostra! Intendo dire che non possiamo e non dobbiamo cambiare le persone che ci circondano e che sarebbe già un ottimo inizio se decidessimo di iniziare a migliorare noi stessi, anche perché nessun altro può farlo al posto nostro.

In primis credo che il nostro “ego” sia il principale indiziato di una serie di “delitti sociali” che ci riguardano. L’ego commette disastri e ci procura un sacco di guai con chiunque e in qualunque situazione se non lo dominiamo. Spesso perdiamo tempo a credere di essere meglio di ciò che in realtà siamo, anziché usare quel tempo per migliorarci e migliorare la qualità dei dati che trasmettiamo.

Iniziare ad essere più umili sarebbe fantastico. Essere umili non significa essere servili o essere necessariamente buoni a tutti i costi, ma essere semplicemente quello che si è senza barriere, pose, posizioni. Essere noi stessi anche se può sembrare qualunquista come frase, è l’essenza della vita, per vivere una vita vera, fatta di rapporti sinceri.

 

foto-strane-natura-13La base di tutto è la nostra coscienza. È lei che modifica il percorso della vita. Ognuno è responsabile della qualità e della salute dei propri cavi. Se quelli funzionano correttamente, il collegamento non può che essere “quasi perfetto”.

Detto questo, credo che sia facilmente bombardabile il concetto di gruppo e di cooperazione se il corretto funzionamento dei propri cavi viene meno.

La salute del mondo intero viene meno se ognuno di noi trascura il corretto funzionamento della propria coscienza. Se il mondo va nella direzione sbagliata è soprattutto colpa nostra, di ognuno intendo, ognuno nel suo piccolo (o nel suo grande) contribuisce alla qualità del funzionamento dell’intero pianeta, che dipende dalla qualità del funzionamento della propria coscienza, dei dati che trasmettiamo e che permettiamo di ricevere.

Il Verso del Cane (alcune informazioni forse poco interessanti ma che vi do)

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Ciao a tutti! A quasi un mese dall’uscita della mia raccolta di poesie Il Verso del Cane, sono contento di vedere che il libro sia presente nei canali principali di vendita online, ora manca solo il vostro contributo! ;)

Il libro costa 8,00 EURO!

Vi elenco alcuni dei canali di vendita dove potrete acquistarlo:

- Su LaFeltrinelli

- Su Libreria Universitaria, dove spesso trovate sconti sulle spese di spedizione

- Su Amazon, se siete già clienti affezionati non ci vorrà nulla per ordinarlo, tre click ed è fatta!

- Su Unilibro

- Su Deastore

- Su InMondadori

- Se non volete perdere tempo con alcuni siti dove per un acquisto vi chiedono la registrazione, vi informo che potete sempre ordinare Il Verso del Cane direttamente dal sito della casa editrice Youcanprint.

Vendere non è il mio forte ma mi piacerebbe che ognuno di voi ospitasse nella propria libreria questa mia raccolta, che ho scritto per me chiaramente, ma che infondo infondo riguarda un po’ anche voi.

Vi ringrazio in anticipo, ringrazio chi l’ha già comprato e ad ogni modo vi ringrazio per la vostra attenzione.

Ciao! E sosteniamo la poesia!

Nel frattempo oggi mattina sul quotidiano Il Piccolo…

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Sul Messaggero Veneto di ieri

messaggero

“Il Verso del Cane” – Vi presento il mio libro (già disponibile!)

“Il Verso del Cane” – Vi presento il mio libro (già disponibile!).

Grigiorosso

Autunno squarcia questo cielo
nel suo placido distacco
Sincero
Di chi si aggrega
Senza troppe previsioni
foglie a terra
gocce e nebbia
e lei che bacia la mia telaquarin_n

“Il Verso del Cane” – Vi presento il mio libro (già disponibile!)

La copertina del libro

Ci siamo! Finalmente sono riuscito ad “auto-pubblicarmi” il mio primo libro! Come vi accennavo qualche post fa, si tratta di una raccolta di poesie, di cui ho curato ogni aspetto (versi, impaginazione, creazione della copertina). È un’opera molto importante per me, oltre ad essere la prima, proprio perché è nata in camera mia e perché a modo suo racconta la prima parte di un percorso, di un’evoluzione spirituale personale, iniziata molti anni fa, anche inconsapevolmente. È la testimonianza di una serie di cambiamenti personali avvenuti nel corso di questi ultimi tredici anni (circa) di vita: dalla mia crisi post-adolescenziale fino ad oggi. Cambiamenti che infondo non riguardano soltanto me ma ognuno di noi a modo suo, ognuno per la sua strada ma accomunati dal rapporto con ciò che ci circonda e con le tematiche dell’esistenza, che sono uguali per tutti nel bene e nel male: amore, contatto/distanza, contesto sociale in cui viviamo.

Il libro è stato stampato e pubblicato dalla Youcanprint, una casa editrice a tutti gli effetti, che lavora in rete e che fornisce a qualsiasi scrittore o aspirante tale, i servizi necessari per la creazione di un libro, senza vincoli contrattuali.

TITOLO E CONTENUTO DEL LIBRO:

Il Verso del Cane è quella voce interiore di ogni cane, che percepiamo spesso come un suono fastidioso da spegnere immediatamente e che non vogliamo ascoltare. È anche la voce dei “cani” che siamo noi, nei rapporti interpersonali, nei faccia a faccia con le fatiche quotidiane. Una raccolta di trasformazioni, di riflessioni personali su quelle piccole distanze fisiche e cerebrali tra noi, sotto forma di poesie.

Questi sono i versi attraverso cui racconto anche il cane che sono io: le distanze tra me e i miei simili, i miei punti di vista nei confronti dei ritmi di vita frenetici di una società che ci vuole abituare a seguire a qualsiasi costo, e il tempo libero, divenuto la merce più rara in circolazione.

Tutti segnali di un mondo che a mio avviso sta andando nella direzione sbagliata, ma fatto di persone che se individualmente si impegnassero a cercare un po’ di consapevolezza e di buon senso, potrebbero invertire la rotta dall’oggi al domani.

Il libro contiene anche riferimenti al luogo in cui sono nato e cresciuto, Cormòns (GO), una località ricca di luoghi suggestivi e anche nascosti spesso, che sfuggono alla cecità dei distratti.

Il libro è dedicato alla memoria del mio cane, Bubu.

COME ACQUISTARLO:

Il libro è già disponibile in formato cartaceo, al prezzo di € 8,00 sul sito della casa editrice Youcanprint, dove acquistarlo è molto semplice, veloce ed economico. Per farlo non occorre alcuna iscrizione:

1 - Cliccate qui e nella pagina che si apre cliccate su “compra subito

2 – Ora non vi resta che seguire le istruzioni come in un qualsiasi acquisto online!

I pagamenti accettati sono questi. C’è anche il contrassegno, se vi fa più comodo pagare direttamente al corriere, alla consegna del pacco.

Le spese di spedizione sono di € 3,50.

(Prossimamente il libro sarà disponibile anche su Amazon, La Feltrinelli, Ibs, ecc. – Vi terrò informati)

Mi sento un po’ un venditore di pentole, dopo avervi dato queste informazioni :) ma se potete, sostenete la mia opera! La consiglio anche a chi non intende leggerla ma deve soltanto livellare un tavolo in casa!

In generale, non dimenticatevi di sostenere la poesia contemporanea! Oggi come non mai!

Vi ringrazio in anticipo se decidete di comprarlo o comunque grazie per l’attenzione, se avete letto questo post fino in fondo!

Esseri o Non-esseri

"Le Diversità" - Antonio Gagliotta

“Le Diversità” – Antonio Gagliotta

Forse è vero

che spesso siamo situazioni,

sfocate immagini allo specchio…

Vite travestite,

parassiti di passaggio

in un passivo divenire…

Esistenze alienate

osannate dal successo,

attratte dall’eccesso

in un eterno inseguire…

Decadenti identità

sotto forma di progresso.

Non sappiamo lasciar dire…

E mentre dite

non mi ammalo

se mi spoglio

all’alba nuova di un respiro

che incorona un nuovo uomo

re del suo universo…

È la vittoria del diverso.

Finalmente sono io.

Da Berlino…a casa! – “IL POST-VIAGGIO”

Dal Friuli a Berlino in bicicletta” si è conclusa prima del previsto a causa di alcuni disguidi (ancora poco chiari) riguardo la prenotazione del biglietto di ritorno che il 2 settembre mi avrebbe dovuto condurre a Verona, da dove poi in bici avrei proseguito verso Modena e risalito in Friuli attraverso la laguna veneta.

Giunto a Berlino, in sella alla mia bici e venuto a conoscenza dell’impaccio, quasi per caso, alla biglietteria della Hauptbahnhof (la stazione dei treni principale) ho tentato (invano) di prenotare uno stesso biglietto ma i posti destinati alle due ruote sono sempre limitati sui treni, soprattutto se si parla di treni a lunga percorrenza, e anche ammesso che se ne trovino, il gioco con le coincidenze lungo il tragitto funziona soltanto prenotando parecchio tempo prima.
Così, la soluzione più logica e veloce è stata comprare un biglietto “destinazione casa” e ahimè, senza la bicicletta, la quale è rimasta a Berlino, con la speranza che l’amica Sara, che mi ha gentilmente ospitato, trovi anche un modo semplice ed economico per spedirmela e farmela recapitare a casa (anzi, se a qualcuno di voi è già capitato di dover importare qualcosa dall’estero tramite corriere o simili, tranne che si tratti di semplici acquisti online, ogni consiglio è ben accetto!).

Ciononostante è stata un’esperienza bellissima ed entusiasmante, profonda sotto ogni punto di vista.

Ed eccomi qua, di nuovo nella mia stanza ad ascoltare il respiro del mio monte, mentre frugo nel cassetto della mente in cerca delle impressioni, dei ricordi, delle cose giuste da scrivere, per cercare di ricordare, riprodurre e condividere con voi le sfumature dei cieli che ho toccato, gli odori, i diversi stati dell’essere in relazione con il vento e con il momento presente di quei giorni trascorsi in sella, verso nord. Mi piacerebbe descrivere ogni piccolo dettaglio di certi angoli remoti e inesplorati di mondi conosciuti, salvaguardati da qualche dio, assieme ai volti della gente che è ho incrociato e che non dimentico, nonostante la brevità del nostro contatto.

20130822_103801Pedalare attraverso il centro Europa, da Cormòns a Berlino non è stato difficile dal punto di vista fisico. Non è stato così stancante come credevo perché mi accorgevo che più pedalavo e più facilmente metabolizzavo i chilometri che macinavo giorno per giorno. La vera sorpresa è stata la relazione tra la bici e la mente. Per questo posso dire con assoluta certezza che la vera sfida si è svolta sul campo psicologico.

547719_354719207993517_1314002514_nAbituare la mente, prima del corpo, è stata la vera battaglia con me stesso. E devo ammettere che dopotutto, la testa ha svolto più che egregiamente il suo compito poiché il terzo giorno sentivo che io, la bici e l’universo eravamo diventati una cosa sola. Bastava solo procedere.

Ho attraversato dialetti, tradizioni, usanze e routine di persone, di famiglie che abitano luoghi distanti dalle classiche mete turistiche, protagonisti delle loro piccole realtà quotidiane che con un qualsiasi altro mezzo veloce (auto, treno, aereo) resterebbero escluse dai nostri sensi.

Viaggiare pedalando significa conoscere, percorrere lentamente diverse culture, spesso contigue o comunque vicine geograficamente ma spesso distanti sotto molti altri aspetti; differenze che noti soltanto se ci passi attraverso e se ti fermi ad osservare, cosa che con la bici diventa piuttosto semplice, automatica e quasi necessaria.

Vi dirò una cosa: secondo me i confini, così come li conosciamo, non esistono.

Non esiste nessuna frontiera tedesca o austriaca nel linguaggio dei sensi, nessun concetto di stato, un po’ come non esistevano i concetti di “Germania” o di “Austria” fino all’800, quando i loro confini non erano definiti come oggi, nemmeno sulla carta geografica. Ogni territorio del mondo è suddiviso in tante piccole comunità che non rispettano i confini stabiliti dai governi.

Per chiarire meglio il mio pensiero mi aggancio alla storia portando l’esempio dell’impero austriaco, che copriva mezza Europa fino a una miriade di piccolissimi staterelli autonomi in cui quelli che parlavano il tedesco erano addirittura una netta minoranza.

Così anche la gente nei territori che oggi costituiscono la Germania, non si definiva “tedesca”, bensì prussiana, frisone, sassone, badense, sveva, bavarese etc. Anche “Austria” e “essere austriaco” non erano concetti del tutto chiari. Nell’impero austriaco del ‘700 e ‘800 vivevano austriaci (quelli che parlavano tedesco), ungheresi, italiani, boemi, dalmati, slovacchi, rumeni, polacchi e molte altre nazionalità ancora. Era più una federazione di popoli e comunità che uno stato unitario. Dei due stati “Germania” e “Austria” e dei due popoli “tedeschi” e “austriaci”, come li conosciamo oggi, non c’era neanche traccia.

Secondo me, se proviamo ad osservare tutto più da vicino, non è cambiato molto.

La gente, in relazione con il territorio in cui vive, non ha mai rispettato per filo e per segno i confini che le sono stati assegnati sulla mappa e questo secondo me è STUPENDO.

Pretendere di conoscere le diverse culture e le etnie, tenendo sempre presenti i confini geografici che troviamo su un qualsiasi atlante, è sbagliato.

Conoscere un popolo è un’arte.

Ho fatto questa introduzione per poter dire che ogni chilometro nasconde un costume e una storia diversa, personale e interessantissima, che unita alle altre ci regala un concetto globale più originale e sincero di civiltà e di umanità. Piccoli pezzetti che uniti formano il puzzle. E ognuno a modo suo è importante per completare l’opera d’arte.

La globalizzazione non potrà mai raggiungere risultati così alti e il problema forse è che nemmeno lo desidera.

È questo il bello del viaggio in bicicletta, che ti permette di guardare e capire tutto da un punto di vista più poetico, sincero ed originale.

Viaggiare lentamente significa entrare in una dimensione del tutto naturale e schietta, senza maschere, schemi o inutili pose. Ogni qualsiasi altro mezzo motorizzato e veloce, prevede un percorso abbastanza standardizzato, con dei limiti temporali, spaziali e sensoriali. Ogni piccolo aspetto di una cultura passa in secondo piano e spesso scompare dal nostro angolo visivo. Pedalando invece, il tempo e lo spazio si fanno gestire con elasticità, sono i tuoi compagni di viaggio, collaborano con te e le mete lungo il cammino sono molte di più di quelle segnate sul mappamondo il giorno prima della partenza. Molte di esse sono addirittura invisibili sulla carta, esistono soltanto se la nostra sensibilità riesce a convincere quei luoghi ad accoglierci come se li abitassimo da sempre.

Viaggiare in quella dimensione mi ha permesso di incontrare persone umanamente grandi, che hanno saputo anche aiutarmi e incoraggiarmi ad andare avanti senza inutili pregiudizi, aprendosi al mio passaggio, chi più chi meno, a seconda della loro storia e delle loro esperienze personali di vita vissuta.

Consiglio vivamente quindi un tipo di viaggio come questo e lo consiglio davvero a tutti, perché tutti sono in grado di farlo, se c’è la volontà, se c’è la salute (chiaramente), se c’è la voglia di aprirsi, se c’è il desiderio di fare un viaggio diverso dal solito, evitando di usare il classico “teletrasporto” che ci catapulta nel giro di poche ore a 6000 chilometri da casa, snobbando tutto ciò che sta a metà strada.

Ovviamente ognuno ha il suo concetto di viaggio, che nonostante la mia opinione, rispetto, perché in ogni caso viaggiare è l’importante e se lo fate, fatelo prima di tutto con la mente e con il cuore, altrimenti forse è meglio stare a casa.

Non lo so se calza a pennello, ma mi viene in mente un proverbio che dice:

Non occorre guardare, per vedere lontano”

P.S.   Chiedo venia per non aver pubblicato un solo post durante il viaggio, ma per forza di cose non ho mai trovato il tempo necessario da dedicare alla cura di un articolo dall’inizio alla fine, così per evitare di pubblicare cose senza capo né coda, mi sono limitato a “cinguettare” qualche frase e a caricare qualche foto su FacebookTwitter e Instagram.

Schermata del 2013-09-03 01:41:39Per quanto riguarda le foto ho pensato di creare una nuova pagina nel menù, contenente un piccolo mosaico riassuntivo del mio viaggio. Basta cliccare sulla scritta Foto dal Friuli a Berlino in bicicletta che trovate sotto il titolo del blog! 

Ah già…e non scordatevi del mio solito libro di poesie che sto per pubblicare e che presenterò in uno dei prossimi post! ;)

 

Dal Friuli a Berlino in bicicletta (…continuando ad aspettare il mio libro)

crapanzanoEh già, questo doveva essere l’articolo riguardante la presentazione del mio libro di poesie, con l’anteprima della copertina, ecc. Ma per fortuna e (in questo caso) purtroppo agosto è uguale per tutti e per motivi logistici i tempi di stampa si sono drasticamente allungati.

Sono costretto quindi a rimandare di circa due settimane la pubblicazione della mia raccolta…

Vabbè, pazienza! Manca ancora poco… Continuerò comunque ad aggiornarvi sulla situazione.

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Oggi invece vi presento un altro piccolo progetto che riposa sulla mia scrivania da qualche mese e che diventerà realtà tra pochissimi giorni.

Si tratta di una passeggiata in bicicletta dal Friuli a Berlino, in solitaria.

Dal Friuli a Berlino

La partenza è prevista per la mattina del 20 agosto.

In sella alla mia bicicletta pedalerò da Cormòns, dal cortile di casa mia fino a Berlino attraverso:

Italia (ovviamente), Austria, Repubblica Ceca e Germania, dove troverò ospitalità presso un’amica udinese, trasferitasi nella capitale tedesca da poco più di un mese.

Mille chilometri attraverso quella parte d’Europa centrale che porta ancora le cicatrici della famosa “Guerra Fredda”, che contrappose l’Oriente all’Occidente, il comunismo al capitalismo, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale alla caduta del Muro di Berlino. Sarà molto interessante e particolare muoversi e toccare con un mezzo così semplice come le bicicletta, la grazia naturale e paesaggistica di uno spazio di mondo così verde, incantato e suggestivo oggi, contemporaneamente sede di un archivio storico a cielo aperto che conserva le tracce di un periodo buio durato mezzo secolo.

Non ho stilato un programma vero e proprio da seguire durante il tragitto. Valuterò meglio strada facendo, a seconda delle difficoltà che incontrerò lungo il percorso. Ciononostante, le tappe principali (quasi) ufficiali del viaggio d’andata saranno:

Tarvisio, Villach, Salisburgo, Linz, Praga, Dresda e Berlino.

In teoria dovrei ridiscendere in Italia con un treno da Berlino fino a Verona, da cui proseguirei poi verso Modena, dove ad ospitarmi questa volta sarebbe il mio amico Mauro. Il mio rientro in Friuli è previsto per il 5 di settembre, giorno più, giorno meno, passando per Ferrara, Chioggia, la laguna veneta attraverso una ciclabile sospesa tra mare e cielo, sbarcando a Punta Sabbioni, Jesolo, proseguendo verso Caorle, Latisana, Palmanova e Cormòns.

Userò, internet permettendo, questo blog come diario di bordo in tempo reale, con racconti, poesie, foto e quant’altro.

Seguitemi anche sui miei profili Twitter e Facebook, dove la condivisione è un po’ più semplice e veloce.

A prestissimo!

Bambini si nasce (aspettando il mio libro)

bubueme2Questo è il post che precede quello che dedicherò interamente alla presentazione della mia raccolta di poesie (con l’anteprima della copertina creata da me), che uscirà e che sarà già disponibile online tra qualche giorno!

Sono sette mesi ormai che condivido con voi la mia passione per la scrittura e soprattutto per la poesia. Se mi avete seguito fin dall’inizio probabilmente vi sarete già fatti un’idea di ciò che scrivo e di come scrivo e di cosa potreste trovare nella raccolta che sto per pubblicare.

Userò queste righe invece per cercare di contestualizzare in qualche modo il mio libro. Per il momento eviterò di anticiparvi quindi il suo contenuto, il significato del titolo, ecc.

Essendo io un signor Nessuno in questo ambito, spero di coinvolgervi raccontandovi qualcosa in più, che riguarda il mio rapporto con la poesia, dal nostro primo incontro fino ad oggi, provando a suscitare in voi un po’ di curiosità, con qualcosa che precede il mio libro, per non rifilarvelo proprio a scatola chiusa. Inoltre con questo pretesto, non mancherò di denunciare un certo contesto sociale in cui si trova inserita e viene insegnata comunemente e banalmente la poesia.

Il mio rapporto con la scrittura e con la poesia è nato per necessità, poco dopo essermi ritirato dalla scuola superiore, a metà del quarto anno, mentre tentavo di scappare da tutto e mi sentivo da solo contro il mondo. In quel periodo ero tremendamente disorientato e impaurito. Non credevo più in niente e cominciavo a mettere in discussione ogni aspetto della mia quotidianità, compreso il presunto valore di un diploma (che successivamente ho conseguito lo stesso, dopo qualche anno di guerra e di tregua).

In quel momento, invece di scappare all’estero e cambiare vita, ho sentito il bisogno di rimanere, di analizzarmi e di entrare nella mia esistenza per la prima volta in assoluto, alla ricerca di una parte di me che ancora non conoscevo e che per questo temevo. Iniziai a scrivere uno pseudo-diario che riempivo di riflessioni casuali, critiche e di qualche verso in cui raccontavo, spesso banalmente, le mie sensazioni negative e positive, tentando anche di trovare delle risposte. In realtà senza saperlo e senza trovare quasi mai una soluzione concreta alle mie perplessità, già mi ero prescritto la cura per guarire: scrivevo.

Scrivere mi ha aiutato a monitorare certi miei automatismi, le mie reazioni nei confronti di ciò che mi circondava, per migliorarmi, spogliandomi di tutto quel superfluo che conteneva “sostanze velenose” per la mia salute mentale.

Non sono stati Leopardi o Carducci (nonostante la loro bravura) a farmi innamorare della poesia. Non mi sono mai riconosciuto nei poeti più famosi e che certi professori di italiano pretendevano imparassi a memoria, senza mai tentare di trasmettermi il vero valore di un verso e della poesia che si nasconde dietro la superficie di ogni lembo della vita. Cercavano di portare avanti un programma scolastico e basta, come degli automi e in quell’ambiente non mi sono mai sentito a mio agio. Per me la poesia a quel tempo era soltanto qualcosa che apparteneva a persone vecchie, dotate di un quoziente intellettivo e una capacità letteraria irraggiungibili e dalle quali mi sentivo distante anni luce. E poi tutte quelle dimostrazioni del sapere di gente che imparava i versi e le biografie a memoria mi hanno sempre annientato i testicoli. Io ho sempre anteposto l’umiltà ad ogni sapere. La poesia senza l’umiltà è un corpo senza anima.

Non lo so se la colpa fosse soltanto dei professori che ho incontrato. Forse nemmeno io mi sforzavo poi così tanto di andare oltre certe apparenze, con la mia curiosità. Sono certo però che la poesia fosse già parte di me, senza averla ancora studiata dai libri e la conoscevo già molto bene prima ancora di iniziare le scuole elementari, soltanto che non sapevo ancora darle un nome.

I miei primi ispiratori sono stati:

- il mio ex-compagno di classe (oggi grande amico) Mauro, che scriveva soprattutto poesie da dedicare alle ragazze

- la musica rap in generale, sia italiana che americana, che mi ha massaggiato il cervello a suon di rime durante tutti questi anni

- Federico Tavan (grande e autentico poeta friulano sottovalutatissimo)

Federico Tavan

Federico Tavan

La poesia è sensibilità.

La poesia è la più alta forma di rappresentazione dell’anima di ogni essere vivente e nonostante la mia insicurezza sono certo di averne avuta a pacchi fin da bambino.

Mi secca essere autoreferenziale ma siccome conosco me stesso meglio di chiunque altro, vi voglio raccontare un episodio personale che riguarda la mia infanzia, per farvi un esempio della poetica, della sensibilità innata di un bambino come tanti.

"Spensieratezza" - Elena Galimberti

“Spensieratezza” – Elena Galimberti

- Avevo circa cinque anni e ricordo tutto ancora come fosse ieri. Vivevo nella casa dei miei nonni, al secondo piano di una palazzina popolare a Cormòns. Abitualmente passavo del tempo in braccio a mia nonna davanti alla finestra per guardare le auto che passavano. Esattamente sotto di noi c’era un’aiuola, al centro della quale sorgeva un alberello striminzito che in quella primavera aveva dato alla luce delle foglie e dei fiori stupendi e numerosissimi. Lo adoravo quell’alberello, mi faceva molta compagnia e allo stesso tempo molta pena perché nonostante i suoi fiori stupendi, lo trovavo molto solo e abbandonato, essendo cresciuto in quel posto tra il cemento e l’asfalto. A modo mio avevo stretto amicizia con lui e spesso lo trovavo più vivo di mia nonna. Con settembre alle porte però, notai che il mio amico alberello stava cambiando espressione e lo sentivo ogni giorno più distante. Stava morendo. Le foglie cadevano come ogni autunno, ma questa volta non solo per questioni legate alla stagione. Era malato e ricordo che un brutto giorno, alcuni operai comunali me lo segarono davanti agli occhi mentre io e lui ci guardavamo e ci davamo l’addio. Ricordo che piansi un’eternità e che contemporaneamente scoprii per la prima volta la morte e la sofferenza per qualcuno che ti lascia mentre tu rimani.

Va bene, non avevo scritto nessuna poesia allora, ma per essere poeti non serve per forza scrivere. Lo si è e basta! E da bambini, poeti si nasce! Perché il bambino non è ancora stato corrotto e reagisce in modo autonomo, sveglio e curioso di fronte alle prime situazioni della sua vita e se non tenti di fregarlo è capace di regalarti poesia pura con poco. Il rapporto tra il bambino e la natura è autentico! È già perfetto fin dalla nascita! Conoscete bambini che, almeno che non abbiano dei genitori sbagliati, odiano gli animali? Conoscete bambini indifferenti alla vita segreta del bosco? Nel bambino c’è già una ricerca poetica e una voglia di scoprire cosa sta alla base della sua esistenza e di ciò che lo circonda!

Ci sono inoltre persone (poche) che conosco, che non scrivono poesie ma il cui stile di vita è autentica poesia, per il solo fatto che non si lasciano fregare facilmente dalla superbia e dalla superficialità di certi esseri diventati col passare del tempo, sempre meno viventi e sempre più ingranaggi di un congegno disumano, privi ormai di una propria personalità e di una sensibilità tali da permettergli di rimanere, nonostante l’età, dei sognatori, delle persone che si pongono domande, nonché semplici esempi viventi di umiltà, dignità e quindi utili all’umanità.

Ogni bambino nasce poeta.

Nasciamo poeti ma poi ci insegnano a diventare tremendamente seri, presuntuosi, competitivi, pretendendo anche che a scuola poi ci piaccia la poesia… Non è assurdo?

Ci dicono di buttare via tutto…ogni gioco…ogni piacere…ogni curiosità e ogni ingegno in cambio di un pacchetto già pronto tutto per noi…un “all inclusive” del cazzo, un vademecum da seguire fino alla morte!

Una volta entrato nel sistema adulto, devi diventare serio! Arruolarti insieme ad altri tuoi simili, costringendoti a fare amicizia con persone che non hai scelto tu, in un contesto che non ti rappresenta, che ti insegna a competere e che riversa su di te tutte le frustrazioni del mondo a cui appartengono loro, gli “adulti distratti”, ossia gli stessi che l’hanno costruito e violentato nel tempo. E ci costringono, non ce lo chiedono nemmeno, ci consigliano (ricordandoci cosa ci spetta se decidessimo di non seguire il consiglio) di assicurarci un posto da burattino nel loro teatrino da quattro soldi in cambio dell’innocenza, della spensieratezza, della fantasia, della creatività, della ricerca personale, doti innate di un bambino che prima snobbiamo e che poi invecchiando cerchiamo di riprenderci come matti, cadendo nel banale, chiedendo aiuto a dottori, psicologi, psichiatri e astrologi!

Non è assurdo??

Noi smettiamo di essere quando smettiamo di essere bambini, quando entriamo nel meccanismo, messo in piedi dagli adulti.

Ci prendono dalla scuola, in tenera età, dove nonostante le doti poetiche innate, non abbiamo ancora i mezzi per difenderci e per raggiungere una certa consapevolezza.

Se questa è la scuola allora non si dovrebbe più andare a scuola…Massimo massimo, giusto un anno, giusto il tempo di imparare a leggere, a scrivere e altre poche cose utili, e poi ognuno per conto proprio, incontrandoci magari da qualche altra parte, in “aule” più autentiche e utili.

La fragilità, la fantasia, la creatività e l’ingenuità di un bambino sono elementi puri che non andrebbero modificati. Sono semplici doni dell’anima, del nostro semplice essere umani. L’inserimento sociale dovrebbe essere tutt’altra cosa, ma se così fosse allora sicuramente la società sarebbe tutta un’altra cosa.

Voi direte…e quindi che parli a fare? Dove vuoi arrivare?

Già, il mio potrebbe essere un discorso strano ed esagerato, uno sfogo come tanti che non trova soluzioni pratiche al problema. Inoltre mi sono dilungato molto e sicuramente sono andato fuori tema. Ma infondo anche questo fa parte di me ed è questo il contesto in cui nasciamo e cresciamo, insieme ai nostri bisogni, alle nostre gioie, alle nostre fatiche, che nel bene e nel male però mi hanno anche fatto conoscere e amare la poesia. Ed è questo il contesto in cui nasce il mio libro.

Al prossimo post! Non perdetevelo!

La cecità dell’occhio interiore

Schermata del 2013-07-07 00:16:20

Giovanni Rapiti – “Listen”

Quante parole come queste eviterebbero di farsi scrivere se ricominciassimo tutti a parlare con gli occhi, a riconquistarci oltre la maschera, esplorandoci l’anima. Eviteremmo banalità dette inutilmente come arma di difesa. Aprirci allo sguardo altrui, cercarci con il fiuto, respirandoci e tuffandoci in noi come delfini in mare aperto. Non sarebbe più umano?

Cosa siamo diventati? Non siamo ciò che vogliamo. Siamo ciò che è più opportuno essere in questo contesto decadente. Non trovate?

Sono uno che spesso evita di girare dove c’è tanta gente perché nella maggior parte degli incontri colgo una finzione che poi mi porto dietro fino al mio rientro a casa.

Sono poche le persone che incontro volentieri e a cui ritengo valga la pena concedermi e con calma. Chiamatemi asociale, chiamatemi come vi pare, secondo me tutto questo socializzare è sopravvalutato. Il fare festa è sopravvalutato. Le risate sono sopravvalutate. Gli abbracci e le parole sono sopravvalutate. C’è un abuso di strette di mano, di abbracci e di parole che ha portato il genere umano ad uno smarrimento totale, a non capire più chi siamo, a non capire più chi è sincero e chi lo fa per gioco o per necessità, chi lo fa per nascondersi o per fuggire da un sé stesso che teme di conoscere troppo bene e di cui ha poca stima.

Nessuno vuole più sbagliare.

Sbagliare. Come vi suona questa parola?

Aspiriamo alla perfezione per sembrare dei fenomeni e prenderci una parte di questo mondo inadeguato, ingarbugliato in cui l’ipocrisia ha il sopravvento su ogni nostra azione quotidiana.

Eppure sono sicuro che ognuno di noi ha qualcosa, una storia, una parte di sé autentica da raccontare, da condividere con il mondo che lo circonda. Sono sicuro che ognuno di noi potrebbe fare a meno della prassi, che annienta ogni autenticità quotidiana. Sono sicuro che molti di noi non si cercano affatto e non vogliono andare a fondo alle grandi questioni umane, per paura di affondare e di fallire, per paura di sembrare fragili. Persone che non si fanno le domande necessarie per vivere con più calma, senza fretta, senza ambizioni, senza sentirsi ogni istante in dovere di dimostrare qualcosa a qualcuno, per evitare di restare soli.

Io credo che se usassimo di più lo sguardo, quello vero, l’occhio della mente, quello che penetra e va in profondità, quello che ascolta e che non teme di andare oltre le apparenze e quei costumi che servono soltanto a catalogarci come oggetti in vendita, se tutti ci abituassimo a mostrare ciò che siamo, ad ammettere i difetti, a chiedere scusa e a mostrare i segni delle lacrime che rigano il volto in un giorno di tristezza, condividendola e considerandola parte dell’esistenza, sono sicuro che si respirerebbe un’aria più pura e senza inquinamenti di ogni tipo, compreso quello di tipo psicologico.

Non sto celebrando la tristezza, sto solo rivalutando tutto ciò che tendiamo a nascondere e che ci rende invece unici su questa Terra piatta, che mi costringe a rivalutare le affermazioni di Galilei.

Perché abbiamo così tanta paura di sbagliare? Questo stile di vita frenetico ci ha insegnato a fare la guerra al nostro vicino, a competere in ogni situazione per avere la meglio. Chi non vince è fuori! Chi sbaglia ha perso!

Fin dai tempi della scuola, questa vita ci ha insegnato a competere con il nostro compagno di classe per superarlo, per salire sul podio di una classifica mentale, dove soltanto gli schiavi trovano posto. Sempre sotto esame, sotto sforzo e allo stesso tempo sempre tutti uguali, perché più ci si assomiglia, meno ci si sbaglia.

Fare la pace non significa per forza fare la carità, o salvare vite umane in zone del mondo colpite dalla guerra. Spesso basterebbe limitarsi a non fare la guerra.

La guerra è dappertutto, se ci pensate, in ogni parte del mondo, siamo in guerra ogni santo giorno contro la solita merda. Se non ci sono le bombe ci sono le parole, le umiliazioni quotidiane, il bullismo, il precariato, la miseria, l’abuso di potere, l’invidia, la gelosia, la violenza, tutti figli della stessa madre.

Sembrerà pure una banalità, ma se ci guardassimo di più all’interno, parlassimo di meno e ci ascoltassimo utilizzando tutti i sensi, ricordandoci ciò che siamo stati prima di diventare così tremendamente e irresponsabilmente moderni, allora sono sicuro che ci riapproprieremmo di tutto ciò che siamo e che ci spetterebbe di diritto nonostante tutto, condividendoci e incontrandoci sinceramente, finalmente.

Capiremmo di più anche l’importanza umana degli animali, i cui sentimenti non trovano tutt’oggi una spontanea e piena collocazione lungo il marciapiede della nostra esistenza, considerati da sempre sottospecie, soltanto perché privi del libero arbitrio.

Se iniziassimo ad ascoltare realmente i nostri figli, allora nascerebbero generazioni più consapevolipiù libere, più solidali, più sincere e meno furbe.

La pace non servirebbe farla perché saremmo espressione vivente di essa, verrebbe automatica, sarebbe il frutto perfetto di un lavoro perfetto, nonostante i difetti personali di ognuno di noi.

Come dice qualcuno: perché il bene genera bene.

Lascia il Tempo (Ciclo-Poesie) #1

Video girato e montato da me.

Le riprese sono state effettuate in bici con un cellulare, tra i colli friulani e sloveni.

Contiene la mia poesia “Frattempo”.

Mi scuso da subito per la scarsa originalità nella scelta musicale ma per sta volta è andata così. L’ho fatto per evitare i problemi di copyright con Youtube che ha già eliminato alcuni miei video precedenti contenenti canzoni originali. Per eventuali video futuri cercherò soluzioni migliori. ;)

Con-Te-Stare

Chagall - "Il Mondo Sottosopra"

Chagall – “Il Mondo Sottosopra”

Stare con te stesso

non è isolarsi…

Non è lottare contro il vento…

È tutta un’altra relazione…

Ha a che fare con la sostanza divina

depositata dentro…

È una rivoluzione.

Stare con te stesso

è relazionarsi

con il mondo che sta fuori

sentendoti e bastandoti

indipendentemente…

Stare con te stesso

è dare appuntamento al tempo

in un’altra dimensione…

dove ciò che fai

viene sempre ripagato

e dove ciò che sei

ti assomiglia un po’ di più

Haiku #3

Pioggia e foglie

coprono il pendio,

vita che scorre

Addio uomo del presepe

DSCN1724

Borgo San Giovanni, Cormòns (GO)

Scusate per questo “spazio tristezza” che mi concedo ma visto che la rete non manca mai di ricordare i cosiddetti “vip” quando se ne vanno per sempre, approfitto anch’io di questo mezzo per salutare le mie star personali, appartenenti alla classifica del mio cuore, meno popolari, ma non per questo meno importanti, anzi…

Il mio saluto va ad un signore anziano (che si intravede infondo alla via, nella foto) che non conoscevo di persona, soltanto di vista, di cui non conosco la storia, nemmeno il nome, ci scambiavamo un saluto e qualche piccola cortesia, ogni volta che i nostri passi perditempo si incrociavano sui marciapiedi di borgo San Giovanni. Cortesie di quelle vere, sempre più rare per strada, piccoli gesti che oggi sembrano appartenere sempre più ad un’altra dimensione.

Mi mancherà la sua timida presenza, che si fondeva con il paesaggio presepiale di casette avvinghiate e l’atmosfera fresca e autentica del borgo, inscindibili.

Mi mancherà il suo passo lento e sincero, il suo volto vissuto con calma, gli occhi profondi pieni di tradizione, di lavoro manuale e di umiltà.

Un ultimo saluto il mio, l’unico che non avrà mai ricambiato.

Haiku #2

Notte, non dormo

resto ad ascoltarmi,

luna silente

Haiku #1

Un suonatore

scandiva i colori,

passi stressati

Le aquile non volano a stormi · Franco Battiato

Ho rinnovato l’arredamento del mio blog e lo inauguro con questo grande pezzo di Battiato, pieno di energia e di assoluta saggezza. Sulla colonna di destra trovate qualche widget in più rispetto a prima, tra cui un piccolo schermo dove caricherò spesso qualche video musicale (e non solo)


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Amo la poesia in ogni sua rappresentazione. Amo il viaggio, ogni tipo di viaggio, quello dentro me stesso e quello fuori...Le forze che ci spingono a viaggiare, ovunque noi siamo diretti, sono sempre le stesse: la curiosità, la creatività, la voglia di capire cosa c'è oltre ciò che l'occhio umano "vuol" vedere e la capacità di sognare e di attraversare senza mai arrivare.

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Il Verso del Cane è anche la voce interiore dei "cani" che siamo noi, nei rapporti interpersonali, nei faccia a faccia con le fatiche quotidiane. Una raccolta di trasformazioni, di riflessioni personali su quelle piccole distanze fisiche e cerebrali tra noi, sotto forma di poesie.

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#cats #gatti #kidsforlife #playground #autumn #fall #autunno #fvg #instafvg Storie antiche sul confine tra Italia e Slovenia #Borghi #immortali Brazzano di #Cormòns (GO) Austria? No. Sagrado(GO)! E verso sera autunno è già Great movie...great actors Per un attimo grazie a questi due ho amato il calcio, poi invece ho continuato ad amare solo questi due e la sigla.

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